Ci sono giocatori che lasciano il segno per le statistiche e altri che entrano direttamente nella mitologia di una città. Richard ‘Rich’ Laurel appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Guardia mancina dal talento smisurato nata a Philadelphia, dopo il salto nella NBA con i Milwaukee Bucks, Laurel è sbarcato in Italia alla fine degli anni ‘70. Con la maglia della Pallacanestro Trieste (allora Hurlingham) è diventato una leggenda assoluta, trascinando la squadra in Serie A a suon di canestri e diventando lo straniero più amato della storia del club. Lo abbiamo incontrato per fare un viaggio tra i suoi ricordi sul parquet, la sua passione per l’Italia e la sua visione del basket di oggi.
Passare dagli Stati Uniti a Trieste alla fine degli anni ‘70 deve essere stato un vero e proprio shock culturale. Qual è stata la prima cosa che ti ha fatto pensare “Wow, non sono più negli States”?
“La prima volta che sono arrivato non conoscevo l’Italia, dato che giocavo in una squadra americana. Avevo un po’ di timore perché non parlavo l’italiano e non avevo amici, conoscevo solamente i compagni di squadra. Poi, con il tempo, ho avuto modo di incontrare tante persone, molte delle quali parlavano anche in inglese e questo mi ha aiutato. Poi, se dire wow alla prima volta in Italia, in particolare a Trieste... direi assolutamente aver visto il mare, dato che prima vivevo a Philadelphia. Il mare mi faceva bene. E’ energia. Ogni mattina mi alzavo e guardavo il mare. Ma non solo, anche l’architettura della città con i suoi palazzi che da noi non non c’erano”.
A Trieste sei diventato un idolo assoluto e hai guidato la squadra alla promozione. Cosa ha significato per te l’affetto di una città così calda e appassionata di basket?
“L’ho scoperto al secondo anno, quando ho compreso davvero l’amore che la città aveva per me, con i tifosi che mi aspettavano fuori dai ristoranti e almeno 200 persone in fila davanti al palazzetto dove giocavo, anche due ore prima che io arrivassi, solo per potermi salutare.”
Perché ha scelto di rimanere a vivere in Italia?
“Semplicemente perché mi ero innamorato di Trieste. Quando ritornavo negli States pensavo all’Italia e pensavo a tutti i tifosi che mi volevano bene e continuavano a chiamarmi Leggenda.
Come si è trovato con un allenatore e schemi di gioco diversi in Italia?
“Io ero molto adattabile e con tanta voglia di imparare e non avevo trovato molte differenze con il basket americano, anche se parliamo di altri tempi. Il livello magari era un po’ più basso rispetto all’NBA nel modo di giocare, soprattutto per la fisicità e alla tecnica. Motivo per il quale il coach Dado Lombardi, una volta scoperte le mie capacità, faceva in modo che la squadra ruotasse attorno a me facendomi coprire praticamente tutti i ruoli”.
Oggi il basket è molto diverso rispetto agli anni ‘70 e ‘80. C’è qualcosa del “tuo” basket che ti manca particolarmente nel gioco di oggi?
“Posso dire che alcuni coach italiani non riescono a sfruttare al meglio i giocatori per il ruolo che dovrebbero ricoprire e, di conseguenza, rendere bene in partita. Per questo motivo, a volte, i risultati non sono ottimali. Siamo nel 2026 e non si può fare il gioco degli anni ‘80, senza permettere ai giocatori di far uscire la loro individualità.
Quando si parla di uno sportivo si fa sempre riferimento solo alla sua carriera agonistica. Ma qual è il momento in cui si è sentito più fiero di se stesso, come uomo prima ancora che come atleta?
“La mia più grande fierezza, ciò di cui vado orgoglioso sono i miei due figli e i miei quattro nipoti”.
Un’ultima domanda: quanto è importante per uno sportivo la prevenzione? Anche quella dell’udito
“La prevenzione è fondamentale e non solo per uno sportivo, ma per tutti. Io, ad esempio, no ho mai fatto caso al mio disturbo di un calo dell’udito, solamente quando mia figlia e qualche amico me l’ha fatto notare e quindi me ne prenderò cura. Ho capito che i sensi, soprattutto udito e vista, sono diventati importanti e non vanno assolutamente sottovalutati, con la stessa importanza con cui le società ci sottoponevano a costanti controlli per quanto riguarda lo stato fisico e muscolare per rendere meglio in campo”.